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![]() Avete chiesto di raccontare la propria storia. Non ho una mia storia. cio' che ho e' parte di una storia: la nostra storia. Non e' un tema epico ne' un trattato etico. Siamo noi. Io e lei. Ho scelto di raccontarla solo per rivivere i momenti piu' intensi, quelli che hanno cambiato il corso della mia vita. Non voglio che ne esca un quadro nostalgico ne' rancoroso poiche' cio' che e' stato vive ogni giorno in cio' che e' e so che si proiettera' in cio' che sara',nel bene e nel male, in un modo o nell'altro saremo sempre in due! non lo dico da ragazza idealista che resta legata al passato ma da donna nuova che vive in un presente dove puo' affermare se stessa, il proprio essere grazie ad un passato ormai remoto di confusioni, dubbi, lotte e sotterfugi che mi hanno costretta in un ruolo non mio. Siamo partite in quattro per arrivare in due. Ognuna portava dentro l'ombra di se stessa. Quell'ombra e' ormai fuori mi accompagna ma resta sempre e comunque alle mie spalle seppur non e' piu' una minaccia ma una compagna di viaggio che proietta il mio essere sul selciato ricordandomi di restare con i piedi per terra... siccome la "nostra storia" dovrebbe essere un racconto a quattro mani poiche' son sempre due le campane che devon suonare per dar giusta armonia ai rintocchi non vi parlero 'di me ma della mia parte di storia : lei, Monica. Sfiorarsi Avevo 22 anni e una carta d'identita' in tasca: in cui ero cio' che sono, una donna. Al collo la mia prima macchina fotografica (non ancora digitale...), sacco in spalla alla stazione di Milano. Era il mese di giugno, faceva molto caldo ed io come al solito ero controcorrente: tutti assaltavano i treni diretti in localita' di mare alla ricerca di un utopico refrigerio mentre io andavo nella svuotata Milano per un solitario viaggio culturale con lei. Avrei voluto dirle anche che davanti a quell'opera d'arte storica che sopravvive all'incedere del tempo l'avrei fotografata come un angelo che tra quelle guglie ha trovato riparo dagli sguardi indifferenti ed ha scovato quelle emozioni che da tempo si nascondevano temendo la loro stessa essenza tanto da farmi dubitare della loro esistenza. Mentre parlava e mi raccontava di se' ebbi il coraggio e la forza di sollevare lo sguardo e fissare i suoi occhi: fu come un viaggio baudelairiano nelle fragranze dell'eccesso, dove i sensi vengono portati allo stremo fino all'esaurimento di ogni minima forza fisica... vidi l'incertezza, il suo sopito dolore come un urlo soffocato in un cuore ammalato. Monica era un 32enne medico pediatrico, sposata da 6 anni con il suo migliore amico. Non si soffermo' oltre sul suo matrimonio. Al contrario mi parlo' orgogliosa del suo lavoro. La luce dei suoi occhi mutava. Come dal giorno alla notte quando l'argomento della conversazione si spostava dal lavoro al marito. Ricordo che neppure menziono' il nome di quest'ultimo. I bambini. Quando parlava di loro anche il timbro di voce mutava... le parole diventavano fruscii, scrosci di fresca acqua di torrente che precipitavano in un fiume in piena d'emozioni pronte a gettarsi nel mare del suo cuore e li' sprofondare davanti a quelle che lei chiamava le sofferenze di una realta' che spesso non rispecchia il nostro essere. Ricordo che mi disse se conoscevo pirandello e io subito lo associai alla maschera... ognuno di noi nella vita e' uno per come si pone con gli altri, centomila per come viene recepito da ciascuna persona e finisce per esser “nessuno” poiche' tra mille identita' percepite dagli altri smarrisce la propria, quella reale...questo fa si' che una persona si adatti, viva seguendo quelle che sono le convenzioni sociali, ponendo una maschera al proprio essere per apparire cio' che gli altri credono tu sia... “e tu Genny, chi sei?”. “Non so rispondere alla tua domanda. Per farlo dovrei conoscere me stessa. Ma entrare in me e' come fare un viaggio in un labirinto senza mappa... finisco sempre col perdermi e di rifare la stessa strada ritrovandomi al punto di partenza ma con meno forze ed entusiasmo... così mi sono seduta e sto aspettando... magari arrivasse arianna col suo filo...” lei sorrise. erano passate ore e stava facendo buio ma mai come prima nella mia vita c'era stata tanta luce... “vedi io e te abbiamo tanto in comune. Parlare con te e' come parlare con me stessa, con la differenza che ho delle risposte che pur cercandole da sempre non avevo mai trovate al punto da pensare che le mie fossero solo domande retoriche...”. Dei rintocchi ci riportarono alla realta'... “e' davvero tardi... – mi disse dando una rapida occhiata all'orologio – non mi sono neppure resa conto di come passasse il tempo. Ma tu devi ripartire o ti fermi ancora a Milano?” avrei voluto restare li' per sempre ma non ebbi il coraggio di dirglielo quindi le annunciai la mia imminente partenza. anzi dovevo riuscire a prender il treno di li' ad un'ora e trovare subito un taxi.
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